DAL CORRIERE  DELLA  SERA  MUAY THAI  FOR  ALL La boxe delle ragazze con il velo

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La boxe delle ragazze con il velo
«Ci chiamano terroriste, ora basta»

Dopo vari episodi di molestie e insulti Asha e altre giovani musulmane imparano a difendersi: «Non vogliamo scappare da chi ci insulta»

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아이샤 (이름은 허구) 이 15 나이, è arrivata in Italia dieci anni fa dal Pakistan con la sua famiglia, vive in Brianza, frequenta il secondo anno di un istituto tecnico e porta con orgoglio lo hijab che le copre il capo. «Ne ho una collezione — dice — mi piace che si abbini al colore dei vestiti che mi inviano le zie dal Pakistan». La sua compagna Hasna ha fatto una scelta diversa: «Io il velo lo metto —racconta — ma quando sono a scuola o esco con il mio ragazzo lo tolgo. Non mi piace sentirmi addosso lo sguardo degli altri». Uno sguardo che negli ultimi tempi, dopo gli attacchi di Parigi, Nizza e Berlino, porta spesso con sé un giudizio, un sospetto, una rabbia che si traduce in violenza verbale. Ad Aisha è capitato che un coetaneo sull’autobus le dicesse: «Cosa nascondi sotto il velo? Una bomba?». Non è un caso isolato. Le ragazze che frequentano il Centro Islamico di via Ghilini a Monza hanno riferito in famiglia di diversi episodi di islamofobia, hanno paura a trovarsi per strada da sole e hanno chiesto un aiuto. La soluzione individuata è un corso di autodifesa che si svolgerà tutti i sabato pomeriggio negli spazi della moschea per una decina di incontri prima dell’inizio del Ramadan. «Dovevamo partire già il prossimo sabato pomeriggio — spiega Tahany Shahin, egiziana, in Italia da 23 anni e vicedirettrice del centro islamico di Monza — poi l’arrivo del Papa ci ha fatto slittare di una settimana. Purtroppo l’equazione musulmano uguale terrorista è un sentimento diffuso, ma mi piacerebbe aprire il corso anche a ragazze non musulmane. In fondo, velo o non velo, la paura di essere aggredite per strada è comune a tante ragazze, a qualunque religione appartengano».

A insegnare le mosse per mettere ko un malintenzionato sarà Alessandra Borrello, 40 나이, due volte campionessa italiana di muay thai, una specialità della boxe thailandese e psicologa dello sport. «Il corso in moschea è una novità assoluta, ma lavoro da tempo con giovani stranieri — spiega —, ho scoperto con loro che lo sport può essere una chiave per entrare in relazione con giovani che vivono un disagio. Con le ragazze del centro islamico mi piacerebbe creare un’atmosfera accogliente, concludere l’allenamento con una tazza di tè, riuscire non solo ad insegnare cosa fare in caso di aggressione, ma dare loro anche fiducia e sicurezza». In effetti c’è chi tirando pugni a un sacco sfoga la rabbia che ha dentro, altre che imparando a saltare la corda acquisiscono sicurezza nelle proprie capacità, chi in allenamento tira fuori domande importanti sulla propria identità: «Ma io sono italiana o tunisina?». In attesa di portare la boxe thailandese in moschea, la palestra di Alessandra Borrello è sotto un portico nel giardino della Fraternità Capitanio in via Torneamento a Monza, che da quarant’anni accoglie un centro diurno per minori in difficoltà e una comunità residenziale di ragazzi che negli ultimi tempi è la casa di sempre più giovani richiedenti asilo. «Abbiamo da poco inaugurato un laboratorio di arti marziali — spiega il direttore Matteo Colombo — che abbiamo scoperto essere uno strumento molto più importante di qualunque psicoterapia. Trovarsi insieme in palestra permette di dare voce con immediatezza ai propri bisogni, alle proprie paure, alla solitudine di questi giovani che hanno visto l’inferno».

Sul tatami intorno ad Alessandra ogni giovedì pomeriggio ci sono una decina di ragazze tra i 13 e i 17 anni ospiti della comunità come Joy (altro nome di fantasia) che ha 16 나이, una cascata di treccine nere, un bimbo in grembo che nascerà tra pochi mesi. Ha scoperto di essere incinta appena sbarcata in Italia, in fuga dalla Nigeria e dalla violenza. Jennifer indossa il velo e prende a pugni il sacco: è il suo modo per scaricare la rabbia di aver vissuto a 14 anni il dramma di separarsi dalla mamma, affrontare un viaggio su un barcone tra orrore e violenza, ritrovarsi sola in Italia a immaginare una nuova vita. «Lo sport è il modo più diretto per entrare in comunicazione — prosegue la campionessa — la barriera linguistica e culturale cade davanti a un sacco e due guantoni. In palestra è più facile parlare, cercare di superare il trauma di un viaggio a cui nessuno di loro ha detto no, scoprire di non essere inadeguati, rimettersi in gioco e acquistare sicurezza. Sul tatami non si impara solo a difendersi, ma anche a conoscersi e a conoscere gli altri».

베일와 모든 권투 소녀를위한 코리 에레 델라 세라 무에타이 FROM